di Fiorenzo Dosso
Come tutti gli esseri umani ho i miei difetti. Che - con risultati alterni - cerco di smussare. Posso affermare in tutta onestà che tra loro non rientra l’invidia. Per educazione, carattere e cultura ho sempre apprezzato, cercando di migliorarli, i miei traguardi e non ho mai desiderato i successi (professionali, economici, sociali o sportivi) raggiunti da altri.
Davvero, non ho mai invidiato qualcuno o qualcosa.
Tranne una volta. Che confesserò nelle prossime righe.
Serie B, stagione 1987-88. Il Monza non c’è. I biancorossi di Piero Frosio sono in C e regaleranno emozioni e soddisfazioni al giovane giornalista che ero appena diventato. La cadetteria esercita però sempre grande fascino in chi l’ha frequentata a lungo. La voglia di tornarci è forte esattamente come quella che in quegli anni avevamo sperimentato io e tanti ragazzi della mia generazione: la firma della licenza di 5 giorni a naja. Licenza e non congedo perché i 75 anni di storia avevano sempre raccontato di un rapporto tra il Monza e la B più provvisorio che definitivo.
Aspettavo la domenica sera per vedere in rapida sequenza i gol del campionato cadetto.
E fu così che nacque la mia profonda invidia nei confronti del Bologna. Invidia causata, e contemporaneamente giustificata, da due ex biancorossi che avevo amato alla follia qualche anno prima e che in quel 1987-88 segnavano a raffica in rossoblù: Loris Pradella e Lorenzo Marronaro, 31 gol in coppia. Era il super Bologna di Gigi Maifredi. Che avevo conosciuto personalmente in una freddissima domenica del dicembre '86 dopo un pirotecnico Pordenone-Ospitaletto di C2, boccata d’aria pura per un caporal maggiore monzese in fuga dalla grigia routine della Zappalà di Aviano per respirare aria di casa sulle tracce di Carletto Rossi, number ten dei bresciani ed enfant prodige del mio quartiere - San Giacomo e Donato - che mi mancava da morire.
Tornando a quello spettacolare Bologna: ogni gol di Lorenzo (ne fece 21 e vinse il titolo di capocannoniere) e Loris (andò in doppia cifra e contribuì in modo clamorosamente determinante al bottino del compagno) era una stilettata. Un coltello che infieriva impietosamente nella piaga. Un micidiale mix di orgoglio e rimpianto. Che, shakerati con un qb (quanto basta) di rabbia e un pizzico di fatalismo, facevano montare in me tanta tanta invidia. Che ammetto senza pentirmene. Che riconosco senza sensi di colpa. Che grido ai quattro venti senza minimamente provare ad abbozzare una linea difensiva destinata a far acqua da tutte le parti.
Perché nella mia mente - forse ingenua e non ancora sintonizzata sulle difficili logiche del mercato - e nel mio cuore - limpidamente e romanticamente biancorosso - quei gol Loris e Lorenzo avrebbero dovuto farli con la maglia del Monza. E quei gol avrebbero portato il Monza a realizzare il sogno di una vita. Perché quei gol io li avevo già visti. Li conoscevo a memoria. Li conservavo nella mia mente - forse contorta o troppo pura - e nel mio cuore - fieramente e orgogliosamente biancorosso - da 5 lunghi anni. Dalla meravigliosa, indimenticabile, clamorosa stagione 1982-83. Erano stati 23 (12 di Loris, 11 di Lorenzo) e avevano fornito apporto determinante alla straordinaria rimonta del Monza di Sor Guido Mazzetti: ultimo e solo a metà dicembre, settimo a fine campionato. Erano stati 23 e ancora adesso, a oltre 40 anni di distanza, restano indelebili highlights nella mente e nell’anima. Da vedere e rivedere tra brividi, emozioni e sospiri.
Quello di Loris al Bari in casa, con uno stacco che in realtà era un perentorio decollo verticale verso l’infinito e un colpo di testa che non ne ho mai più visti di così potenti, precisi, perfetti.
Quello di Lorenzo, firma della salvezza a Bari, con un micidiale contropiede coast to coast che non ne ho mai più visti di così esaltanti, devastanti, imprendibili.
Quello all’Arezzo al Sada, manifesto della loro perfetta simbiosi: cross, imperiosa e prolungata sospensione aerea di Loris (già autore del primo gol) a sovrastare il proprio marcatore e imbeccare a centro area Lorenzo. Che si incunea con sgusciante agilità e splendido tempismo tra due difensori, tocca di giustezza e alza un dosato pallonetto vincente a eludere l’uscita del portiere.
Potrei descriverne altri, potrei raccontarli (quasi) tutti. Mi fermo qui per non tediare e - soprattutto - per non far riaffiorare quella mai sopita, acuta e profonda invidia. Che ho (parzialmente) placato la sera dello scorso 29 gennaio durante il capolavoro di romanticismo che è stata la cena ‘Monza Glorie’, fortissimamente voluta da chi - come me - si nutre di sentimenti di gratitudine e riconoscenza: Adriano Galliani.
Tra una portata e l’altra ho chiesto a Loris e Lorenzo di regalarmi una foto. Solo io in mezzo a loro. Io che abbraccio due emozioni provando a trattenerle come avrei voluto più di 40 anni or sono.
E sono stati attimi di intensa, totale, assoluta felicità.