di Fiorenzo Dosso
Quando le apparenze ingannano.
Negli indimenticabili, e molto difficili, primi anni del Liceo Classico - quelli comunemente definiti ‘Ginnasio’ - avevo un autore nettamente preferito: il favolista latino Fedro.
Per due motivi ben precisi: innanzitutto perché, quando un compito in classe proponeva qualche suo brano, la traduzione risultava decisamente più facile. Anche a me. Che, nel terribilmente selettivo campionato dello ‘Zucchi’, lottavo tutti gli anni per una onorevole salvezza diretta senza passare dai play-out degli esami di riparazione a settembre.
L’altra ragione che mi aveva colpito di Fedro era che le sue ‘Favole’, apparentemente semplici al limite della banalità e mutuate dal mondo degli animali, celavano preziosi insegnamenti di vita.
Chi non conosce, ad esempio, la morale nascosta dietro ‘La rana e il bue’ o ‘La volpe e il corvo’?
Quando le apparenze ingannano.
‘Il cane e le conchiglie’: un cucciolo scambia delle conchiglie per uova e le mangia.
Lancinanti mal di pancia gli faranno capire l’errore e gli serviranno da amara lezione.
Quando le apparenze ingannano.
Mercoledì 28 agosto 1985. Al Comunale di Torino mi feci abbagliare dall’infido calcio d’agosto.
Un Monza pimpante e spettacolare mise paura alla Juventus e io (come tanti compagni di tifo) caricai di aspettative e di speranze il campionato cadetto ormai alle porte.
Che, invece, si rivelò una delle delusioni peggiori della mia - ormai lunga - vita biancorossa.
Quando le apparenze ingannano.
Mercoledì 28 agosto 1985. Come il povero cagnolino di Fedro mi buttai con voracità su un prestigioso (e meritatissimo) pareggio in Coppa Italia nello stadio della Vecchia Signora.
Mai illusione fu più subdola.
I mesi seguenti mi impartirono doloroso e memorabile insegnamento.
Quando le apparenze ingannano.
Mercoledì 28 agosto 1985. Il ‘tranello’ era stato architettato davvero bene.
Perché quella Juventus era una grandissima squadra. Che qualche mese prima aveva vinto la Coppa dei Campioni pur nella tragica mattanza dell’Hysel. E che al termine della stagione si cucirà sul petto lo scudetto numero 22. Il mitico Trap aveva lavorato in ritiro per inserire Manfredonia, Laudrup e Serena, destinati a prendere il posto di Tardelli, Boniek e Rossi.
Il Monza, reduce da un tranquillo 9° posto nel precedente campionato cadetto, si era rinforzato sul mercato nel segno della qualità. Così stampa e tifosi avevano letto il ritorno a casa di Antonelli, per gli ultimi sprazzi di classe pura, e l’arrivo del fosforo del centrocampista cagliaritano Crusco. Personalmente avevo salutato con dispiacere le partenze di tre miei idoli forever: Peroncini, Ronco e Marronaro. Ma, in tutta onestà, la nuova squadra mi incuriosiva e mi stuzzicava parecchio.
Perché alla comoda dietrologia preferisco l’onesta ammissione.
E al classico ‘senno del poi’ rispondo con il riconoscimento (anche) dei miei errori di valutazione.
Quando le apparenze ingannano.
Mercoledì 28 agosto 1985. Terza giornata del girone di Coppa Italia.
Rodaggio, certo... Ma vedere nel primo tempo i ragazzi di Magni dominare in casa della Juventus, beh, ci aveva riempito di sogni. Tutti.
Calcio d’estate, d’accordo... Eppure quando ‘Dustin’ aveva pennellato all’incrocio la magistrale punizione del vantaggio sotto gli occhi del massimo esperto in materia (Platini), alzi la mano chi non si era lasciato cullare da legittimo orgoglio.
Coppa Italia, per carità... Però gli ultimi 10’ prima del riposo furono tra i più belli ‘all time’ del Monza (naturalmente in rapporto all’avversario). La Juve - sonoramente fischiata al rientro negli spogliatoi - restò in partita solo grazie a un paio di miracoli di Tacconi su Ambu e Antonelli.
Sogno di una notte di fine estate, vero... Comunque prolungato anche nella ripresa nonostante l’immediato pareggio di Manfredonia con un gran tiro dalla distanza. I biancorossi calarono un po’ fisicamente (come logico) ma tennero botta alla grande. Tanto che il Trap, per non correre rischi, rinunciò alla qualità di Mauro e Laudrup e si aggrappò alla sostanza di Pin e Bonetti.
Personalmente mi esaltarono la marcatura di Giorgione Papais su ‘Le Roi’, il duello senza esclusione di colpi tra il ‘Fonta’ e Serena, ex compagni nella Primavera dell’Inter, e la lezione di calcio impartita dal mio numero 10 preferito: Fulvio Saini.
Con queste premesse mi/ci sembrava legittimo riporre fondate speranze nella stagione ormai alle porte.
Quando le apparenze ingannano.
Dieci giorni più tardi partì il campionato. Un clamoroso disastro. Ultimo posto. Retrocessione in C praticamente senza passare dal via. Uno stillicidio. Una agonia lunga e dolorosa.
Quando le apparenze ingannano.
Come il cagnolino di Fedro, laceranti mal di stomaco mi accompagnarono per nove mesi e mi fecero amaramente pentire di essermi illuso, scambiando - senza riflettere - per cibo prelibato le pesanti conchiglie di una cena d’estate.
Torino, Stadio Comunale. Mercoledì 28 agosto 1985
JUVENTUS-MONZA 1-1 (0-1)
MARCATORI: Antonelli (M) al 33’ pt – Manfredonia (J) al 1’ st
JUVENTUS: Tacconi, Favero, Cabrini, Bonini (1’ st Pacione), Brio, Scirea, Mauro (32’ st Pin), Manfredonia, Serena, Platini, Laudrup (28’ st Bonetti). Allenatore: Trapattoni
MONZA: Torresin, Saltarelli, Fontanini, Tacconi (40’ pt Lorini), Spollon, Laureri, Bolis (10’ st Catto), Papais, Antonelli (43’ st Rossi), Saini, Ambu. Allennatore: Magni
ARBITRO: Boschi di Parma.
NOTE: Spettatori paganti 21.658, incasso di Lire 180.756.000