di Fiorenzo Dosso
Testaccio. Core de Roma. Per la posizione centrale e per la viscerale romanità della sua gente.
San Rocco. Periferia di Monza. A metà tra Piazza del Duomo e la milanesità di Sesto San Giovanni.
Quartieri ‘popolari’ nel senso più genuinamente vero e profondamente romantico del termine.
Borgate ‘storiche’, anime delle rispettive città e sentinelle delle loro mille trasformazioni.
I tanti ragazzini che si sfidano nelle infinite partite di pallone tra i ciuffi d’erba spelacchiati e il cemento di Testaccio e di San Rocco alla fine degli anni '70 hanno la stessa grande passione e gli identici enormi sogni: arrivare, un giorno, sui campi belli e soffici degli stadi veri.
Gigi di Testaccio e Francesco di San Rocco sono due di quei tanti ragazzini.
Gigi di Testaccio e Francesco di San Rocco sono due che ce l’hanno fatta.
Sacrifici, impegno, rinunce, determinazione: queste le solide basi delle loro belle carriere.
Gigi e Francesco crescono in una preziosa scuola di calcio e di vita: il Monza.
Gigi e Francesco saranno cardini fondamentali di una squadra importante: la Roma.
Francesco Antonioli esce dal guscio del San Rocco e fa tutta la trafila nelle giovanili biancorosse.
Il ragazzo è l’emblema della maturità e della serietà sin dalla adolescenza. Solo chi ha la testa apposto, infatti, può serenamente debuttare tra i pali di una squadra di Serie C a 16 anni a San Siro contro la Juventus di Platini, in una partita di Coppa Italia dell’agosto 1986. Un buon Monza si arrende a un gol di Briaschi (su invenzione del francese) e il portiere ragazzino impressiona per tranquillità e sobrietà. Caratteristiche distintive di una intera e lunga carriera.
Coinvolto marginalmente (2 sole presenze) nella disastrosa annata del Monza di Pasinato, Francesco si vede assegnare inizialmente da Frosio il ruolo di vice Pinato per quella successiva. Sin dal ritiro, però, Piero capisce di avere due grandi portieri e li alterna con paterna saggezza nella magnifica stagione 1987-88. Quella del doublete: promozione in B e Coppa Italia di C.
In tutta onestà: non ho particolare memoria di sue grandi e spettacolari parate eppure ricordo ancora adesso la sensazione di sicurezza e fiducia che mi trasmetteva quel giovanissimo numero uno.
Tanta sostanza, nessuna concessione alla platea, ottima tecnica, movimenti essenziali.
Con Pinato destinato al Milan me lo vedo già titolare in biancorosso in Serie B e resto un po’ così (eufemismo) quando leggo che pure lui passerà subito in rossonero. I prestiti al Cesena (A, nessuna presenza) e al Modena (B, 30) lo forgiano ulteriormente e al suo ritorno a Milanello - ad appena 22 anni - stampa ed addetti ai lavori lo indicano come il portiere del Diavolo per il decennio successivo. Mai fare, però, i conti senza la debordante personalità di Seba Rossi. Una parentesi a Pisa prima del rilancio sulla Via Emilia nella Reggiana e - soprattutto - nel Bologna di Renzo Ulivieri. L’estate del 1999 inaugura il ciclo di Fabio Capello a Roma. Il Presidente Sensi dà carta bianca al grande allenatore. Che decide di andare sul sicuro affidando la porta a un ragazzo che aveva già allenato a Milano. Apprezzandone in particolare equilibrio e serietà. Nella vita e nella professione. Francesco ha 30 anni ed è nel pieno della maturità tecnica e agonistica: sarà lui il portiere dell’indimenticabile scudetto giallorosso del 2001. Quello della gloria eterna nella città eterna.
Gigi (Luigi solo per l’anagrafe) Di Biagio è intensità, temperamento e tigna sin dalle giovanili della Lazio. Ha appena compiuto 18 anni quando (giugno 1989) Materazzi gli regala uno scampolo di Serie A. Il ragazzo è - come dicono quelli bravi - un ‘prospetto molto interessante’.
In un ruolo come il suo l’esperienza si accumula solo nuotando nel mare magnum del centrocampo. Beppe Marotta se lo accaparra in prestito bruciando una folta concorrenza e affidandolo a Piero Frosio. Essere svegli e acerbi non è una colpa: nel Monza 1989-90, quello del maledetto spareggio-salvezza perso a Pescara contro il Messina, Gigi gioca poco ma impara molto. E cresce altrettanto. Mica solo tecnicamente. In Serie C la svolta (epocale per le nostre latitudini) del sacchiano Varrella gli cuce addosso un vestito da ‘midfield’ moderno. Interditore e incursore. Centrocampista di lotta e di governo. Di Biagio sarà una delle (pochissime) note liete della breve, e disastrosa, parentesi del visionario mister romagnolo. Il calcio del buon Trainini (che rileva Varrella nella primavera del '91) suona come restaurazione ottocentesca. Ma chi vince ha sempre ragione e il Monza sparagnino del tecnico bresciano torna in Serie B nel maggio '92.
Gigi dà contemporaneamente un buon contributo e l’impressione di non divertirsi affatto.
Su di lui nel frattempo ha messo gli occhi un certo Zeman. Che gli farà fare il salto in Serie A nella sala giochi del Foggia dei miracoli. E’ ormai un califfo del settore nevralgico quando, estate 1995, approda in giallorosso. Pur senza alzare trofei sarà imprescindibile perno della ‘maggica’ per quattro stagioni.
Monza e Roma nei percorsi calcistici di Francesco Antonioli e Gigi Di Biagio.
E anche in quelli della vita e del tifo di un indimenticabile giornalista: Alberto D’Aguanno.
Mio coetaneo e amico.
Alberto non c’è più da quel maledetto 9 dicembre 2006. Alberto ci sarà sempre.
Con Alberto ho condiviso il durissimo percorso del Liceo Classico Zucchi. Tanti anni fa.
Quando il Sada era un’oasi felice in mezzo a settimane complicate e agli incubi del greco.
Con Alberto ho vissuto le tremende illusioni de ‘Lo Sportivo’. Troppi sogni fa.
Quando il giornalismo calcistico ci sembrava obbiettivo lontano e irraggiungibile.
Alberto era tifoso del Monza e della Roma.
Alberto era - soprattutto - un fuoriclasse.
Per competenza tecnica, per freschezza di linguaggio, per sottile ironia.
Alberto era - davvero - un fuoriclasse.
Del panorama calcistico televisivo, della battuta genuina, della proprietà di linguaggio.
Alberto era un fuoriclasse. L’ho già detto e lo dirò ancora.
Perchè ‘repetita iuvant’ e il latino ci faceva (un po’) meno paura del greco.
Vero, Alberto?