Associazione Calcio Monza S.p.A.

L’ACQUA DI PAT, IL VINO DI CLAUDIO: I DUE SALA DAL MONZA AL TORINO


di Fiorenzo Dosso


La sosta prima di Torino-Monza è uno di quei regali che si ricevono a bocca aperta per lo stupore. Perchè le storie biancorossegranata sono così numerose e così belle - perenni fonti di ispirazione dei miei racconti - che avere la possibilità di svilupparne più di una è tanta, tanta roba.

Ci sono due ragazzi che hanno lo stesso brianzolissimo cognome. Che crescono - calcisticamente e umanamente - nel Monza a qualche anno di distanza l’uno dall’altro. Che saranno cardini imprescindibili nel Toro del leggendario scudetto del 1976. Il primo (e unico) dopo Superga.

Il ragazzo più grande si chiama Claudio. Ogni volta che gli chiedono quale sia il giocatore più forte nella sua lunga carriera dirigenziale, Adriano Galliani risponde immediatamente così: “Relativamente agli anni al Milan senza ombra di dubbio Marco Van Basten. Per quanto riguarda il Monza con altrettanta e assoluta sicurezza dico Claudio Sala”. Ubi maior…

La classe naturale regala all’acerbo talento di Macherio una manciata di presenze nel disastroso Monza '65-'66: la retrocessione in C mortifica l’ambiente eppure offre a Claudio la clamorosa opportunità per il decollo di una carriera che sarà fantastica. I suoi primi versi il poeta del gol li decanta in biancorosso. A credere fortemente in lui un giovane allenatore - Gigi Radice - che non ha nessuna paura ad affidare a un diciannovenne le chiavi del centrocampo. Nel campionato dell’immediato riscatto - quello dell’indimenticabile spareggio di Bergamo con i cugini del Como risolto dal leggendario ‘piattone’ di Gigi Maggioni - Claudio vestirà i panni dell’assoluto mattatore con 13 reti e contributo qualitativamente clamoroso alla causa. Chi ha avuto la fortuna di esserci descrisse con particolare enfasi il secondo tempo del regista biancorosso nella feroce rimonta dell’ultima giornata a Chiavari: da 0-2 a 2-2 con pareggio (e svenimento) di Goffi al minuto 89, con Claudio Sala incontenibile, immarcabile, inafferrabile e con... tanti saluti a quelli che sul lago stavano già festeggiando la promozione. La Serie B è ulteriore crescita per un immenso talento di appena vent’anni. Altre poesie, altri gol (il primo tra i cadetti con un colpo di testa alla Lazio), altri assist. Il Sada se ne innamora perdutamente, lo lascia partire a malincuore e lo segue con un mix di affetto e orgoglio. Sarà Napoli prima. Sarà Torino subito dopo. Sarà soprattutto Torino. Dove - poeta nel pieno della maturità - ritrova quell’allenatore, diventa capitano e scrive le rime baciate più belle della sua carriera regalando al popolo granata brividi indescrivibili.

Il ragazzo più giovane si chiama Patrizio. Se - per definizione - Claudio è il poeta, lui è il polmone. Eppure. Eppure. Lucca, 29 giugno 1974: il Monza mette in bacheca il primo trofeo nazionale della sua storia - la Coppa Italia di Serie C - battendo di misura il Lecce. Beh, mister David consegna al ragazzo di Bellusco nientemeno che la maglia numero 10. Ca va sans dire. E a una manciata di minuti dal termine Pat centra fragorosa traversa con un clamoroso contropiede coast to coast che ci vogliono, certo, gambe e fiato ma anche le capacità tecniche di governare con i piedi l’attrezzo rotondo per quasi 80 metri… La generosità, la corsa, lo spirito di sacrificio del giovanissimo cursore ci mettono un amen a entrare nei cuori biancorossi: Patrizio ara il campo, Monza lo adora. I compagni di più perché sanno di poter contare a occhi chiusi su i suoi puntuali raddoppi, su i suoi provvidenziali recuperi, sulle sue preziose coperture. Nella stagione 1974-75 firma al Sada un gol da posizione defilatissima (al Clodiasottomarina) e rivince la Coppa Italia di Serie C. Stavolta ai calci di rigore a Sorrento contro i padroni di casa. Stavolta mister Magni gli assegna quel 4 che sarà il suo inconfondibile marchio di fabbrica. Il tradizionale scambio di magliette a fine partita è suggestione di mercato: Patrizio in rossonero (i colori del Sorrento) sembra preludio del suo passaggio al Milan. Ma il neo allenatore del Toro è uno che ha il Monza nel cuore e conosce bene le potenzialità del ragazzo di Bellusco. Gigi Radice usa argomenti convincenti con il Presidente Pianelli e il polmone biancorosso diventa granata a vent’anni da poco compiuti. Prende forma il magnifico centrocampo dello scudetto: la classe purissima di Pecci, le illuminanti geometrie di Zaccarelli, le prorompenti sgroppate di Pat.

Mi sono avvicinato a lui con la discrezione di chi approccia un mito e oggi ho la fortuna e l’orgoglio di poter dire di essergli amico. C’è una frase di Pat che racchiude tutto: la sua grande umiltà, la sua incondizionata ammirazione per la classe del compagno con lo stesso cognome, il riassunto del capolavoro granata del 1976: “Io portavo l’acqua, Claudio la trasformava in vino, Pupi e Ciccio (Pulici e Graziani, i mitici gemelli del gol) bevevano”. Geniale nella sua fantastica sequenzialità.

Claudio e Patrizio Sala: quando crescere nel Monza e vincere nel Toro era normale evoluzione che conserva intatti sino a oggi i contorni di un romanticismo pieno di mille suggestioni.