di Fiorenzo Dosso
Escludo, con assoluta certezza, che per la sua celebre ‘Piove’ (1994) Lorenzo Cherubini - in arte Jovanotti - si sia ispirato a quella serata di fine agosto 1976. Bersagliata non dal classico temporale estivo ma da una perturbazione già marcatamente autunnale. Così lunga - perché scatenatasi sin dal primo pomeriggio - intensa e gonfia d'acqua da costringere al rinvio un paio di partite (Varese-Inter e Torino-Foggia) del turno inaugurale della edizione di Coppa Italia 1976-77.
Al Sada era in programma un attesissimo e stuzzicante Monza-Juventus. E il Sada, pieno come non lo avevo mai visto prima e con relativo record di incasso, tenne. Fu messo a durissima prova ma tenne. Perché - in cattedra il professore di dialetto monzese Angelo Scotti - “i oss di mort cunciman ca l’è un piasè”… traduzione letterale in italiano: “le ossa dei morti concimano che è un piacere”. Il ‘pollaio’, altra perla dell’indimenticabile Angelo, era infatti sorto proprio sull’area del vecchio cimitero San Gregorio…
"Piove, senti come piove. Madonna come piove. Senti come viene giù".
Nessuna fotografia spiegherebbe la sera del 29 agosto 1976 meglio di queste parole di Jovanotti.
Ma all'epoca il rapper toscano aveva appena 10 anni.
Eppure c'è una frase, un breve passaggio, della famosa canzone che mi piace, da sempre, collegare a quella serata da lupi e a quella partita da leggenda.
“E tu diventi grande e ti fai forte”.
Perché andò esattamente così. Per me e per il Monza.
Personalmente mi sentii grande. Per aver avuto ragione del convincere - durante le vacanze estive a Primaluna - i mie cugini, Giovanni e Lele, a venire a vedere il super Monza. Che nella stagione precedente aveva dato spettacolo, vincendo il Campionato di Serie C e il Trofeo anglo-italiano, con momenti di calcio da estasi totale.
Il neopromosso Monza si sentì grande. Per tutta la partita mise in difficoltà la prima uscita ufficiale della Juventus del Trap. Tanto per chiarire il clamoroso valore di quel pareggio: i bianconeri, squadra senza stranieri, in quella stagione avrebbero vinto - beffando di una sola lunghezza il Toro di Gigi Radice e di tanti ex biancorossi - lo Scudetto dei record (51 punti sui 60 allora disponibili) e la Coppa Uefa.
Personalmente capivo che stavamo - io e i miei cugini - diventando grandi perché, se fossimo stati ancora bambini, papà e lo zio Mario non ci avrebbero mai portato allo stadio sotto quell’autentico diluvio universale senza soluzione di continuità.
I ragazzi di Magni cominciarono a percepire di poter essere davvero grandi. Perché rimontarono con un tap-in di Braida (tiro di Sanseverino non trattenuto da Zoff) il vantaggio ospite di Boninsegna. Perché per tutta la gara replicarono colpo su colpo ad avversari di quel (grosso) calibro. Perché nella ripresa il neo mister juventino inaugurò il suo proverbiale ‘italianismo’: fuori un centrocampista incursore (Tardelli), dentro una autentica diga umana di nome Romeo Benetti. Sull’altro versante Alfredo Magni tolse lo stopper (Michelazzi) per affiancare De Vecchi alla forsennata spinta di Buriani. Perché, addirittura, ai punti - verdetto comunque non contemplato nel calcio - avrebbero sicuramente meritato la vittoria i bagaj. Perché, solo per fare alcuni esempi, Ardemagni dominò il duello dei piedi buoni con Marchetti, Vincenzi annullò un certo Causio, Tosetto e Buriani costrinsero spesso alla maniere forti (cortesemente permesse da Riccardo Lattanzi) Gentile e Furino, Gamba non fece vedere la biglia a Bettega, Sanseverino - su un terreno pesantissimo e tutt’altro che adatto alle sue caratteristiche - provocò il mal di testa a Cuccureddu.
Protagonista, in piena area, di un fallo più che sospetto sul quale l’arbitro romano decise di chiudere entrambi gli occhi.
Il dodicenne che ero si fece forte. Fu splendido, nei giorni seguenti, far presente - con vanto e orgoglio - a parecchi amici juventini che il ‘mio’ piccolo Monza li aveva decisamente fatti tremare.
Magni e i suoi ragazzi si fecero forti. Avevano - letteralmente - fatto vedere le streghe alla ‘Vecchia Signora’: potevano approcciare la ormai prossima Serie B con la piena fiducia di essere competitivi a corroborare e alimentare il classico entusiasmo della matricola.
Io mi sentii forte. Avevo resistito per due ore e mezza sotto il fortunale protetto da un k-way fradicio e da un ombrellino patetico: nessuna condizione atmosferica mi avrebbe mai più fatto paura pur di seguire il ‘mio’ Monza. Bagnato come un pulcino, fiero come un leone…
Il Monza diventò davvero forte. Molto forte. Il campionato cadetto 1976-77 fu - a mio modesto parere - il più spettacolare. Il più bello. Il più… tutto. Quella formazione indelebilmente impressa nella mente e nel cuore. Quel mister. Quei ritmi altissimi. Quel gioco spettacolare. Quel piccolo, imbattibile, stadio. Quel contagioso entusiasmo. E, mi piace pensarlo, tutto nacque da lì.
Da quella sera, da quel diluvio, da quella partita entrata del mito. Dove resterà per sempre.
“Piove, senti come piove. Madonna come piove. Senti come viene giù”.
“E tu diventi grande e ti fai forte”.
Monza, Stadio Sada. Domenica 29 agosto 1976
MONZA-JUVENTUS 1-1 (0-1)
MARCATORI: Boninsegna (J) al 28’ pt - Braida (M) al 15’ st
MONZA: Terraneo, Vincenzi, Gamba, De Nadai, Michelazzi (1’ st De Vecchi), Fasoli, Tosetto, Buriani, Braida (41’ st Mutti), Ardemagni, Sanseverino. A disp.: Reali, Pallavicini, Beruatto. Allenatore: Magni
JUVENTUS: Zoff, Cuccureddu, Gentile, Furino, Morini, Scirea, Causio, Tardelli (1’st Benetti), Boninsegna, Marchetti, Bettega. A disp.: Alessandrelli, Spinosi, Cabrini, Miani. Allenatore: Trapattoni
ARBITRO: Riccardo Lattanzi di Roma
NOTE: Terreno pesante per la pioggia caduta incessante per tutto l’incontro. Spettatori paganti 10.233 per un incasso record di Lire 36.313.000